Premi INVIO per cercare o ESC per uscire

Monastero  di Santa Chiara a Napoli
a cura di Maria Cristina DriMonastero di Santa Chiara a Napoli13/10/2026
Dove mangiare
Dove
mangiare

Le tante vite della basilica e il fascino del chiostro maiolicato

Che bello il centro storico di Napoli! Mi trovo in piazza San Domenico Maggiore, alle mie spalle la monumentale basilica di San Domenico e il suo obelisco. Davanti a me si apre uno dei tratti più autentici di Spaccanapoli, una lunghissima linea retta che divide letteralmente il centro storico della città separando il nord dal sud. Mi incammino lungo via Benedetto Croce. Ai lati si susseguono palazzi storici, botteghe, piccoli negozietti… e poi ecco apparire la solennità luminosa della Basilica di Santa Chiara con il grande portale trecentesco che ti invita ad entrare in uno dei capolavori della Napoli Angioina. 

Le tante vite della Basilica di Santa Chiara

Fondata nel 1310 da Roberto D’Angiò e Sancia di Maiorca in stile gotico-provenzale, la Basilica ha attraversato profonde trasformazioni. Quella che ammiriamo oggi, non è infatti la chiesa che videro i suoi fondatori: per comprenderne la vera essenza, bisogna ripercorrerne le sue tante vite. 

Nata come una grande cittadella francescana, la basilica fu progettata dall’architetto Gagliardo Primario che ne concluse la costruzione nel 1328. Lo stile gotico-provenzale fu arricchito da capolavori di grandi maestri, quali lo scultore Tino di Camaino e la scuola di Giotto affrescò gli Episodi dell’Apocalisse e storie del vecchio testamento nel coro delle monache.

I fasti del Settecento vollero cambiare il volto di questa basilica. Tra il 1742 e il 1796 gli architetti Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Bonocore rivestirono le decorazioni trecentesche con stucchi, intagli lignei e statue di cartapesta, affreschi e marmi preziosi. Al cantiere lavorarono artisti celebri come Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito, mentre il magnifico pavimento marmoreo fu disegnato da Ferdinando Fuga.

Il 4 agosto 1943, durante la seconda guerra mondiale, le bombe incendiarie degli Alleati non risparmiarono questo complesso. La basilica bruciò per quasi due giorni. Fu una devastazione irreparabile perché si persero le decorazioni barocche e quasi tutto quello che raccontava quel periodo storico. Fu un colpo profondamente doloroso per l’anima napoletana, tanto da ispirare una delle canzoni più struggenti della tradizione: Munasterio ‘e Santa Chiara, scritta da Michele Galdieri e musicata da Alberto Barberis. Nel celebre ritornello, l’autore affida alle note la malinconia di chi guarda la propria città cambiata per sempre, con il ricordo di ciò che era e la consapevolezza di ciò che è diventata. 

Munasterio ‘e Santa Chiara...

Tengo ‘o core scuro scuro...

Ma pecché, pecché ogne sera,

penzo a Napule comm’era

penzo a Napule comm’è?!.

 

Gli abitanti di Napoli non si persero d’animo. Nell’ottobre del 1944, Padre Gaudenzio Dell’Aja fu incaricato di guidare i lavori di ricostruzione: la scelta fu quella di concentrarsi sulle strutture medievali rimaste intatte dai bombardamenti e riportando la basilica alle forme trecentesche. Riaperta al pubblico nel 1953, Santa Chiara è oggi un capolavoro, rinata dalle proprie rovine e capace di farci viaggiare indietro nel tempo. 

Monastero  di Santa Chiara a Napoli

Tra memoria, sovrani e dettagli inaspettati

Varcando la soglia, l’atmosfera austera e solenne accoglie cappelle laterali, ricche di storia e nomi che abbiamo sicuramente studiato nei testi scolastici. Vi riposano i membri di grandi dinastie, tra sepolcri monumentali del Trecento e del Seicento. Nel presbiterio domina l’imponente sepolcro di Roberto D’Angiò, un’opera dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini in marmo bianco, affiancato dai monumenti funebri di Maria di Durazzo e di Carlo D’Angiò, duca di Calabria. Accanto alla memoria angioina trova spazio anche la storia dei Borbone, sovrani delle Due Sicilie: qui riposano i re Ferdinando I e Francesco II, insieme a Maria Cristina di Savoia e al giovane Filippo di Borbone.

Proseguendo subito dopo questa cappella, ci si imbatte in un’opera la cui sopravvivenza al bombardamento ha quasi del miracoloso: l’affresco della Madonna del cucito. La Vergine, avvolta da una grande aureola luminosa a forma di mandorla è intenta a ricamare, mentre il Bambino le siede accanto, assorto e quasi distratto. Un’opera tenera e delicata che regala uno scorcio familiare. La sua realizzazione è attribuita alla scuola pittorica senese ma il suo autore resta sconosciuto. E questa è soltanto una delle storie che Santa Chiara custodisce, il resto è tutto da scoprire, cappella dopo cappella, davanti a opere che scrivono la storia di Napoli e dell’Italia. 

 

Il museo, il presepe e una Napoli ancora più antica

Il viaggio prosegue perché il complesso monumentale ospita anche il museo dell’Opera di Santa Chiara, dove opere d’arte, sculture, manufatti, e paramenti sacri raccontano la storia del monastero. 

Il suggestivo presepe settecentesco è una testimonianza preziosa della tradizione presepiale napoletana che ha trasformato la rappresentazione della natività in una vera forma d’arte.

L’area archeologica al di sotto del chiostro ha portato alla luce strutture di epoche romane e medievali.

Il chiostro maiolicato: un’oasi di luce e di colore

Se l’interno della basilica colpisce per la sua solenne maestosità gotica, il chiostro maiolicato delle clarisse è un’oasi di serenità nel cuore di Napoli che regala un’esplosione di luce, colori e vita. 

Originariamente concepito nel Trecento come uno spazio austero, destinato alla preghiera e alla meditazione delle monache di clausura, fu trasformato completamente dall’architetto Domenico Antonio Vaccaro tra il 1739 e il 1742. Un grosso contributo venne elargito da Maria Amalia di Sassonia, moglie del re Carlo II di Borbone, per rendere ancora più bello ed elegante questo spazio.

Al centro del giardino, si apre la meraviglia settecentesca creata dai maestri riggiolai, Donato e Giuseppe Massa, artigiani specializzati nella decorazione a mano della piastrella maiolicata.

I viali incrociati, sono scanditi da 64 pilastri ottagonali interamente rivestiti di maioliche dipinte a mano, dove, fiori, frutti e festoni donano un’armonia prospettica che invita lo sguardo a perdersi.

Tra una colonna e l’altra, le spalliere dei sedili raccontano scene vivaci di vita quotidiana del Settecento: contadini indaffarati nel lavoro dei campi, feste paesane, ballerini, paesaggi marini, il gioco delle bocce, persino delle risse e delle rapine rurali.  C’è solo un sedile che parla delle monache, si vede una di esse intenta a dare da mangiare ai gatti… il tutto in un contrasto affascinante tra la sacralità del luogo e la spontaneità del mondo esterno. I colori: il giallo degli agrumi, i verdi dei vigneti, i turchesi e gli azzurri del mare trasmettono l’energia di Napoli con i suoi profumi delle zagare. 

Monastero  di Santa Chiara a Napoli

Tutt’intorno, lungo il porticato coperto, si snoda un vasto ciclo di affreschi seicenteschi, attribuiti a Belisario Corenzio e alla sua bottega, con storie dell’Antico Testamento, figure allegoriche e scene della vita di San Francesco e Santa Chiara. 

Questo chiostro sembra possedere un potere terapeutico, quasi magico come ben raccontò Ettore Scola nel suo film del 1985, Maccheroni. Nella pellicola, Jack Lemmon interpreta Robert, un manager americano rigido e stressato che capitato a Napoli per lavoro, ritrova il vecchio amico Antonio, interpretato da Marcello Mastroianni. Quando Robert varca la soglia del chiostro accade qualcosa: di fronte a quei colori, alla luce che emanano e al silenzio rigenerante la sua corazza si spezza. Robert impara a rallentare, a respirare e a lasciarsi stupire dalla meraviglia. Ed è esattamente questo che Santa Chiara fa a chiunque decide di varcare il suo portone: ci ricorda che la bellezza sa sempre come farci tornare a fiorire. 

Monastero  di Santa Chiara a Napoli
Monastero  di Santa Chiara a Napoli