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Cosa mi ha spinto a Piedimonte Matese? Le parole che Paolo Rumiz ha dedicato a questo paese nel suo bellissimo saggio Bella e perduta, canto dell’Italia garibaldina: “Magnifica Piedimonte, pulita e zampillante di acque, con le sue bifore, le fontane a becco in ghisa e, in alto, la chiesa di San Giovanni che pare partorita dalle selve. Il luogo è vivo di utopia garibaldina. Dietro c'era un'élite illuminata, e al suo centro un industriale tessile svizzero trapiantato, massone e protestante, il quale aveva impiantato una grandiosa filanda capace di dar lavoro a mezza valle. Non ebbe vita facile il signor Egg (così si chiamava): la curia gli fece processioni contro e gli rifiutò una tomba in terra consacrata, poi vennero le leggi doganali dell'Italia tanto invocata, che lo bastonarono per aiutare il tessile del Nord… Dalla rocca la visibilità è illimitata, una Luna color melograno esce dal Sannio”. Siamo nell’alto casertano, nella Terra di Lavoro, dove Il Massiccio del Matese occupa una superficie di oltre 1000 chilometri quadrati, un tempo robusta area difensiva. Ci arrivo una mattina di ottobre, il cielo è terso, l’aria pulita e il tepore è quello dell’autunno nel sud dell’Italia, condizioni ideali per visitare un borgo. Le prime persone che incontro stanno conversando davanti a una vetrina dove sono esposte vecchie foto di Piedimonte Matese.
Chiedo a loro come raggiungere il centro storico e i due uomini, prima ancora di fornirmi le indicazioni si presentano – Aldo Conca e Giuseppe Iadevaia, il primo responsabile ASL per l’HACCP, il secondo impegnato nel CAF dell’ACLI – e mi invitano a prendere insieme il caffè alla nocciola. Buonissimo il caffè e speciale l’incontro che mi permette lo sguardo giusto per scoprire Piedimonte Matese.
Sono loro a indicarmi la lunga serie di personaggi storici che hanno connotato Piedimonte e l’alto casertano: da Giovanni Petella, nato a Piedimonte nel 1856, medico che si imbarca, in pieno periodo di grandi esplorazioni geografiche, su una nave della giovane Regia Marina per un lungo viaggio che tocca porti, isole e città del Sud America, attraversa la Patagonia e la Terra del Fuoco, addentrandosi fino alle Ande, lasciando un diario di bordo impressionante per le riflessioni esistenziali, le curiosità antropologiche, la cura dei particolari del viaggio che, nel 2025, è diventato un libro grazie allo storico Armando Pepe. Il loro racconto continua con la descrizione di tanti altri personaggi nati a Piedimonte o che hanno avuto a che fare con questa città dell’Alo Casertano: la nobildonna Aurora Sanseverino, sposa a 11 anni, nel 1680, vedova dopo un anno e risposata con Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona, principe di Piedimonte. Poetessa e mecenate, fece costruire un piccolo teatro, realizzò il Conservatorio delle Orfane che ospitò molte giovani ragazze togliendole dalla strada; Antonio Marasco, operaio e fondatore, nella Terra di Lavoro, della prima Camera del Lavoro di Piedimonte Matese, un uomo giusto che, alla sua morte, nonostante non fosse religioso, ricevette comunque i funerali in chiesa senza che il parroco facesse alcuna rimostranza; infine il famosissimo tenore Enrico Caruso, nato a Napoli solo perché i suoi genitori si spostarono da Piedimonte in cerca di migliori condizioni di lavoro ma che tornava nel borgo ogni volta che i suoi impegni internazionali glielo consentivano, per stare con i suoi amici migliori, cantare di notte al mercato, far parte della Società Operaia e del coro della novena di San Marcellino, il patrono locale.
In giro per Piedimonte Matese
Alla fine della conversazione con Giuseppe e Aldo mi sentivo in grado di andare alla scoperta del borgo, anche partendo dall’ultimo, non per scarsa importanza anzi, personaggio di cui mi parlarono: Gian Giacomo Egg. Fu lui, imprenditore svizzero, a fondare a Piedimonte nel 1812, un cotonificio che cambiò l’economia del territorio. Le acque di cui parla Rumiz furono la chiave per la scelta di Piedimonte da parte dell’imprenditore, unitamente alla tradizione tessile che connotava già questo territorio. Il tutto durò fino all’Unità d’Italia che cambiò le regole del mercato e la filanda si trovò nella spiacevole condizione di chiudere.
“Era qui, su questa stessa piazza” mi ricorda Aldo Conca.
Lascio i due e mi incammino per le antiche strade, è primo pomeriggio, il silenzio è rotto solo dalle acque che sgorgano dai beccucci delle antiche vasche, salgo in cerca del palazzo ducale con calma, osservando le montagne che delimitano a nord il paese, non c’è anima viva in giro per il centro storico. I palazzi che osservo testimoniano del valore che Piedimonte ha avuto nel passato e mi ritornano in mente alcune riflessioni lette di recente: è in posti così che si ritrova la percezione delle cose, del bello che ha identificato i nostri paesi, un bello che può tornare ad esistere se non consideriamo questi luoghi come monumenti ma come aree dove è possibile vivere.
Il silenzio non è abbandono o solitudine, è stimolo a pensieri positivi, è ritrovare il tempo per osservare, scoprire, cogliere le sensazioni che ci attraversano. Tutte cose che ormai non abbiamo più il tempo di fare. Con questi pensieri arrivo davanti alla casa che fu dei genitori di Enrico Caruso; non assomiglia di certo alla finestra dell’hotel di Sorrento cantata da Lucio Dalla ma è un posto, anche questo, di pace, in una via abbellita da una serie di vasi che contengono rossi gerani. Poi la strada mi porta ancora qualche passo in su fino al palazzo ducale, chiuso, quasi abbandonato e mi tornano in mente le parole di Aldo Conca: “per fortuna che oggi abbiamo un sindaco che si sta impegnando per rivitalizzare il centro storico. È di pochi giorni fa che il palazzo ducale, dopo essere diventato di proprietà dell’amministrazione comunale un anno fa, è oggetto di un finanziamento ottenuto per il suo restauro”. Le stanze che accolsero la principessa Aurora Sanseverino torneranno a risplendere e, questa volta, saranno di tutta la comunità.
Il palazzo sorge, imponente, nel borgo di San Giovanni che si strutturò nel periodo gotico e, molto probabilmente, prese forma, nel 1200, dagli agglomerati di case che salivano verso il castello.
C’è un video molto suggestivo dove il palazzo si racconta, con queste parole: “le ferite del tempo e le asprezze dell’aria sono nelle mie ossa… e il vento della valle del Torano che si incunea sibilando tra saloni e cortili… sono stato, per secoli, muto testimone di fasti e vanto di glorie passate…aggredito, percosso e mille volte dato alle fiamme, per mille e mille volte sono riemerso…”. I testi sono di Gabriella Riselli, il video, che si trova su YouTube, è a cura dell’associazione La Sorgente.
L’economia laniera
Tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700 Piedimonte Matese visse la più felice stagione della sua economia con il rafforzamento dell’industria laniera. Ne fu promotore Alfonso Gaetani d’Aragona che assunse il monopolio degli opifici locali, aprendo a Napoli i magazzini per la vendita dei panni. Per farli giungere più in fretta nella capitale fu realizzata la pioppeta, un viale circondato da pioppi, diretta a Caiazzo. Anche con l’intensificarsi del commercio del vino indusse i duchi a riorganizzare la rete dei tratturi del Matese che, per secoli, furono le principali strade di collegamento.
Il museo civico Tutte queste informazioni sono leggibili presso il museo civico di Piedimonte: il Mucirama, acronimo di Museo Civico Raffaele Marrocco, in onore del suo fondatore. Marrocco fu uno dei più importanti protagonisti della vita culturale e civica del paese per tutta la prima metà del Novecento, in quanto dipendente comunale, giornalista e scrittore della storia locale. Nel museo, inserito all’interno del complesso conventuale di San Domenico, costruito ali inizi del ‘400, si trovano reperti archeologici, la Bibliotheca Scriptorum loci dove sono raccolti i libri scritti dagli autori locali, due mostre, la prima sui Sanniti, la seconda che racconta Piedimonte Matese dal Risorgimento alla seconda guerra mondiale. Il pezzo più originale che viene preservato nel museo è il Corridore del Monte Cila, bronzetto votivo scoperto a Piedimonte Matese nel 1928.
L’Italia è bella dentro Piedimonte Matese, e il Matese in generale, rappresentano al meglio il titolo di questo libro di Luca Martinelli (anche se non sono citati nelle pagine) che racconta dei ritorni nelle aree interne del Paese. Si trova sulla dorsale appenninica, cioè sull’ossatura del Paese, sul polmone verde, nel tempo lento che può, meglio di qualsiasi altro sistema, sviluppare creatività e innovazione. Allora non resta che concludere con le parole di quell’Aldo Conca che mi ha offerto lo squisito caffè alla nocciola: “per fortuna che oggi abbiamo un sindaco che si sta impegnando”. Ecco, i sindaci, sono loro che possono fare davvero qualcosa, sono loro, più di ogni altro, che sanno cosa serve per far star bene i loro cittadini e i turisti che arrivano.
PER SAPERNE DI PIÙ www.comune.piedimonte-matese.ce.it
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